Tra ordine e caos: intervista ad Antonio Murgia

Grande figurativista, Antonio Murgia è un artista diretto come la sua pittura. Una pittura immediata e potente, dalle tinte forti e dal gesto poliedrico. Abbiamo il piacere di ospitare le sue opere in galleria da quest’estate: con l’ultimo nostro incontro si è creata l’occasione per scambiare qualche parola e toccare diversi argomenti interessanti. Buona lettura!

– Antonio, seguendo la tua produzione da diverso tempo sembra che tu nasca come pop-artist, mentre negli ultimi anni ho notato uno spostamento verso un figurativo ritrattistico dal forte impatto emozionale. Ci racconti qualcosa a riguardo?

– A modo suo, sempre di Pop Art si tratta. O meglio, vi sono delle specifiche per far rientrare la mia pittura  anche in ambito Pop, magari derivativa. Esempio: le modelle che scelgo provengono quasi sempre da internet, cioè il veicolo che più di tutti incarna oggi una sorta di inconscio collettivo popolare. Manca solo l’effetto “popolarità”. Oppure inserisco, a mo’ di collage oggetti, immagini, carte di derivazione popolare di uso altamente comune. O ancora la tavolozza dal forte impatto cromatico, esagerato sovente, che, oltre che dalla predominante richiesta emozionale, sempre ad un immaginario effettistico popolare si rifà. Cioè, colori non come tavolozza personale (che poi comunque lo è), bensì anche come richiamo di un’esagerazione Pop. Non sento inoltre l’esigenza di lavare le mutande interiori in pubblico, come certa Arte ama fare. Anche questa è attitudine Pop.

Non amo “scavare” fra le pieghe del Sé (come invece altamente in uso in certe fazioni dell’Arte), primo perché forse un Sé non c’è. E già solo sapendo questo, si metterebbe fine a molte questioni artistiche. Secondo perché so per esperienza che scavare senza conoscere mezzi e finalità dello scavare, non rimane altro che scavare scavare scavare scavare scavare scavare senza giungere da alcuna reale parte. Rimane solo il senso di appartenenza allo scavare. Io non scavo. Fornisco solo piccoli attrezzi per far emergere.

Che rapporto hai con la tua terra di origine, la Sardegna? 

– Ci sono nato. Ci sono ritor-nato. Per motivi affettivi personali. Ma in certo qual modo mi ha portato ad una ri-nascita. Nel bene e nel male, ritornare mi ha fatto vedere alcune caratteristiche di sardità che non pensavo fossero caratteristiche di regione bensì personali; ed invece… Attrazione-repulsione rende?

– Negli ultimi anni sembra che l’arte figurativa stia, a livello di mercato, trovando una “rimonta” rispetto  all’astratto. Qual è il tuo rapporto con l’informale? E’ possibile far convivere i due generi in una produzione pittorica unica?

– Considerato che i miei quadri sono il risultato di un incastro di sezioni di pittura astratta fino a ricomporre la visione figurativa, almeno dal mio punto operativo la risposta è data. Se ammettiamo, mica tanto casualmente, che l’astratto lo possiamo paragonare al femminile e il figurativo al maschile, va da sé che la società stessa si palleggia fra momenti femminei e momenti mascolini. Quindi, in certi momenti e/o situazioni siamo comprensivi, in altri siamo reattivi, poco disposti ad accondiscendere. Il mercato si comporta allo stesso modo. In certi periodi vince la via dell’astrazione, dell’emozione; altre volte vince la via della concretezza della visione di sé. Altre volte ancora le due anime vanno a braccetto. Non è certo solo una questione di mercato (ancorché manovrato), bensì di normale fluttuazione di gusti (ancorché eterodiretti). In realtà, vi sono moltissimi artisti, in tutto il mondo, che stanno praticando la via di fusione fra figurativo e astratto. Chi parte da un’aspetto di destrutturazione della figura, chi fa il percorso inverso (come nel mio “OROS Project”), altri tentano la via della coesistenza, più o meno forzosa o armonica (come nella mia nuova serie “Juxtaposition”).

 Chi sono i tuoi padri spirituali? Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

– Tanti e nessuno in particolare. Padri non ce ne sono, ma patrigni tanti. Essendo in continua mutazione, rubo un po’ a destra e un po’ a manca.

Hai all’attivo diverse esibizioni in Oriente (Shanghai, Pechino): che tipo di sensibilità ha il mercato d’arte orientale contemporaneo? Rispetto all’ Europa?

– Esibizioni tante, rimasto quasi niente. I cinesi sono nazionalisti e neo ricchi: se non appartieni alla lista dei super-artisti, da te vogliono quasi niente. Però i complimenti li sprecano. Su certe cose (ancora per poco) fanno quasi tenerezza, per quanto sono”virginali”. Su altre, ci hanno superato a tale velocità che non ho idea di quando solo tenderemo a pensare di riprenderli. Terra e mentalità di grandi contraddizioni, almeno rispetto al nostro modo di concepire. Un’altra forma di “America”.

Che consiglio ti sentiresti di dare a un giovane che si avvicina al mondo dell’arte per intraprendere la carriera d’artista?

– Ahiiaa. La stessa che si è data nei secoli. Il mondo non ti aspetta; non aspetta il tuo “genio”; non aspetta le tue turbe. Te ne sei accorto? Bene. Perché se non te ne sei accorto, son cavoli tuoi. Penserai sempre che che il mondo non è adatto per te, non ti comprende ecc… Appena ti riesce, riduci le masturbazioni mentali al minimo e concentrati su chi sei, non su chi vorresti essere o come dovrebbe essere (in quel momento hai già fatto un enorme passo avanti), e le cose avverranno quasi naturalmente, senza troppi sforzi. Se invece senti che diventerai un grande artista… Auguri.

Qual è il ricordo nella tua carriera di artista al quale sei maggiormente legato?

– Tendenzialmente rimango legato al periodo che sto vivendo. Per cui, per ora è l’adesso. Presumibilmente, per domani potrà essere domani.

C’è un’opera storica che avresti voluto fare tu? C’è un periodo della storia dell’arte che ti piace particolarmente, che senti più vicino alla tua sensibilità?

– Per le opere (sono molte quelle che avrei voluto fare, anzi tantissime, forse un’infinità) quante pagine mi dai a disposizione? Per il periodo: tutto, o quasi, ciò che intercorre fra le pitture delle caverne e tante di quelle cose che stanno avvenendo ora, a prescindere da civiltà e cultura. Non è detto che mi debba piacere necessariamente il ’prodotto’. Ma lo spirito che lo incarna certamente sì. Ogni periodo, anche il più disastrato o derivato, possiede una sua peculiarità, una sua necessità d’esistenza. Vi sono stati dei periodi di maggiore impatto culturale (e li conosciamo tutti), ma questo è relativo alla società che ha albergato tale periodo. Tanto più è ricca e tanto più avrà avuto modo di influenzare altre società. Ma questo non vuol dire che le culture cosiddette “inferiori” non abbiano prodotto arte e cultura di qualità notevole. Forse mi mancano i mezzi per apprezzarle profondamente tutte, ma a sguazzare fra arte tribale rinascimentale medievale romana ittita naif azteca polinesiana novecentista ottocentesca bimillenaria c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Qual è l’ultima mostra che hai visitato? E che artista ti piacerebbe vedere dal vivo / conoscere?

– Sono molto concentrato sul lavoro e vivo in un luogo che offre poco dal punto di vista espositivo. Quindi niente mostre da molto tempo.

Più che uno in particolare, mi piacerebbe un prototipo di artista da conoscere: prima di tutto dotato di un ego accettabile, quindi poco. Conseguenzialmente, che conosca se stesso a sufficienza da evitare di parlare di Arte, in quanto essa è solo il risultato finale e meno interessante di un processo chiamato vita. Che mi renda quindi partecipe delle linee guida della sua esistenza. Il focus su cui basa il proprio presunto agire. Mi farebbe capire dove sono, cosa e quanto devo ancora imparare. Parlare di Arte questo risultato non me lo produce.

Cosa fa Antonio Murgia quando non lavora alle sue opere?

Presentazione del libro “Pura Pittura” di Pier Tancredi De Coll’

Sabato 22 luglio abbiamo avuto il piacere di ospitare in galleria la presentazione di “Pura Pittura”, di Pier Tancredi De Coll‘. L’artista ha presentato il suo libro con la partecipazione di Federico Audisio Di Somma, autore dei testi, e Paola Gribaudo, curatrice del volume. E’ stata inoltre allestita una personale con le opere di De Coll’, creando la cornice perfetta alla presentazione del libro. L’evento è stato a cura di Alberto Marinelli, art director di Arte è Kaos.

Il libro raccoglie il percorso artistico di De Coll’ partendo dal suo passato come disegnatore sportivo fino alla produzione pittorica degli ultimi anni. Pier Tancredi De-Coll’, che ha mosso i primi passi presso lo studio del pittore torinese Serafino “Sergi” Geninetti, ha esordito come vignettista per i quotidiani Stampa Sera (1982-1995) e La Stampa (1984-1995).In questa veste è stato inserito tra i maggiori rappresentanti della grafica sportiva nazionale nella mostra “HumorCalcio”- 1993. Con lo scrittore Federico Audisio di Somma (premio Bancarella 2002 con il romanzo “L’uomo che curava con i fiori”) ha realizzato i volumi di disegni e poesie “Il Jazz del torello verde”(1984) e “Femmes, Donne Elettriche” (1986) quest’ultimo con la prefazione di Gianni Versace. Conta innumerevoli collaborazioni per la realizzazione di copertine di libri e manifesti con diversi artisti e associazioni torinesi. E’ stato tra i premiati del concorso ” Sunday Painters 2015″ svoltosi in occasione della Fiera Internazionale di Arte Contemporanea Artissima di Torino. Primo premio della Giuria alla Mostra Internazionale Artes 2016.


Un weekend a regola d’Arte

Avete due giorni liberi dal lavoro? Volete dedicare un weekend all’arte e ricaricarvi  facendo il pieno di colori? Vedere una bella mostra è un’esperienza appagante e multi-sensoriale: dedicare a questo scopo un paio di giorni ci sembra un’ottima idea per fare il pieno di emozioni. Abbiamo selezionato alcune tra le mostre più interessanti in tre città: Milano, Torino e Genova. Vediamo insieme cosa hanno da offrire questi luoghi per partire alla volta di un mini-tour d’arte. Buon viaggio!

MILANO:

 

Kandinskij, il cavaliere errante: dal 15 marzo al 9 luglio al Mudec – 

L’esposizione, a cura di Silvia Burini e Ada Masoero, vuole omaggiare l’artista russo attraverso una rassegna incentrata sullarelazione tra arte e scienza e sulla metafora del viaggio come avventura cognitiva. Una raccolta di opere provenienti dai più importanti musei russi, di cui alcune mai viste prima nel nostro paese, presenta il percorso di formazione estetica di Kandinskij, con l’obiettivo di consegnare allo spettatore una chiave di lettura per il suo codice simbolico. Un viaggio graduale verso l’astrazionee attraverso una pittura che vuole essere immersiva: come scriveva lo stesso pittore “per anni ho cercato di ottenere che gli spettatori passeggiassero nei miei quadri: volevo costringerli a dimenticarsi, a sparire addirittura lì dentro.

Keith haring Tree of Life, 1985 Acrilico su tela 152,5 x 152,5 cm Collezione privata © Keith Haring Foundation

Keith Haring (“About art”): dal 21 febbraio 18 giugno 2017 a Palazzo Reale

Una delle prime grandi mostre a Palazzo Reale a Milano è l’esposizione Keith Haring  – About Art, che presenta 110 opere, molte di dimensioni monumentali, alcune delle quali inedite o mai esposte in Italia. La rassegna ruota attorno a un nuovo assunto critico: la lettura retrospettiva dell’opera di Haring  vista anche alla luce della storia delle arti che egli ha compreso e collocato al centro del suo lavoro, assimilandola fino a integrarla esplicitamente nei suoi dipinti e costruendo in questo modo la parte più significativa della sua ricerca estetica. Le opere dell’artista americano si affiancano a quelle di autori di epoche diverse, a cui Haring si è ispirato e che ha reinterpretato con il suo stile unico e inconfondibile, in una sintesi narrativa di archetipi della tradizione classica, di arte tribale ed etnografica, di immaginario gotico o di cartoonism, di linguaggi del suo secolo e di escursioni nel futuro con l’impiego del computer in alcune sue ultime sperimentazioni. Nonostante la sua morte prematura, l’immaginario di Haring è diventato un linguaggio visuale universalmente riconosciuto del XX secolo. Le sue opere fanno ricorso a uno stile immediato e festivo e sono popolate da personaggi stilizzati e bidimensionali, quali bambini, cani, angeli, mostri, televisori, computer, figure di cartoon e piramidi; iconico, in tal senso, è l’utilizzo di colori molto vividi e accattivanti che ricordano quelli usati dalla grafica pubblicitaria, e l’adozione di una spessa linea di contorno ridotta all’essenziale che circoscrive le anzidette figure.

TORINO:

© Giorgio Perottino

L’emozione dei COLORI nell’arte:
Klee, Kandinsky, Munch, Matisse, Delaunay, Warhol, Fontana, Boetti, Paolini, Hirst… – da 14 Marzo 2017 a 23 Luglio 2017 alla GAM e al Castello di Rivoli

La mostra L’emozione dei COLORI nell’arte è presentata nella Manica Lunga del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e nelle sale della GAMGalleria Civica d’Arte Moderna e Contemporaneadi Torino, con l’esposizione di una straordinaria raccolta di 400 opere d’arte realizzate da oltre 130 artisti provenienti da tutto il mondo che datano dalla fine del Settecento al presente. La mostra collettiva ripercorre la storia, le invenzioni, l’esperienza e l’uso del colore nell’arte. Attraverso una molteplicità di racconti e presentazioni di opere d’arte importanti, si affronta l’uso del colore da svariati punti di vista, tra i quali quello filosofico, biologico, quello antropologico e quello neuroscientifico. La mostra indaga l’utilizzo del colore nell’arte dando conto di movimenti e ricerche artistiche che si discostano dalle storie canoniche sul colore e l’astrazione, attraverso molteplici narrazioni che si ricollegano alla memoria, alla spiritualità, alla politica, alla psicologia e alla sinestesia.
Nel corso della mostra, il neuroscienziato Vittorio Gallese – che insieme a Giacomo Rizzolati ha scoperto i neuroni specchio – dirigerà, per la prima volta a livello mondiale, un laboratorio di studio neuroscientifico incentrato sull’esperienza del pubblico di fronte a opere d’arte.

 

Bruno Munari – Artista Totale – dal 16 febbraio all’ 11 giugno 2017 al MEF

La mostra documenta la poliedrica attività creativa di Bruno Munari (Milano, 1907-1998), uno dei personaggi più significativi della cultura artistica internazionale del XX secolo. Il percorso espositivo pone in evidenza la sua multiforme ricerca e l’originalità della sua sperimentazione offrendo alla fruizione del pubblico l’ampio arco delle sue operazioni creative (disegni, progetti, collage, dipinti, sculture, libri illeggibili, nuove tecniche di riproduzione delle immagini, oggetti di industrial design, esperienze di grafica editoriale, architettura, nonché nuove proposte di pedagogia), solo per indicare le discipline più rappresentative all’interno del suo progetto di sintesi delle arti.

Caravaggio Experience – Dal 18 marzo al 1° ottobre 2017 – Reggia di Venaria

Imponente video installazione originale, Caravaggio Experience propone l’opera del celebre artista Michelangelo Merisi utilizzando un approccio contemporaneo: l’uso di un sofisticato sistema di multi-proiezione a grandissime dimensioni, combinato con musiche suggestive e fragranze olfattive, porta il visitatore a vivere un’esperienza unica anche sul piano sensoriale, attraverso una vera e propria “immersione” personale nell’arte del maestro del Seicento.

Nei grandiosi spazi architettonici della Citroniera Juvarriana della Reggia di Venaria, il visitatore resta “coinvolto” in uno spettacolo di proiezioni e musiche della durata complessiva di 50 minuti circa, in funzione contemporaneamente lungo tutto il percorso, senza interruzioni e a ciclo continuo, in cui sono evocate 58 opere del grande pittore.

L’installazione ripercorre i temi dell’intera produzione caravaggesca: la luce, il naturalismo, la teatralità, la violenza; e termina con un “viaggio” ideale attraverso i luoghi di Caravaggio, seguendo cronologicamente le fasi principali della sua incredibile esperienza di vita.

GENOVA:

Modigliani:  dal 16 marzo al 16 luglio 2017 – Palazzo Ducale

La mostra, allestita nell’appartamento del Doge di Palazzo Ducale, si propone di illustrare il percorso creativo di Amedeo Modigliani affrontando le principali componenti della sua carriera breve e feconda.Attraverso una trentina di dipinti provenienti da importanti musei come il Musée de l’Orangerie e il Musée National Picasso di Parigi, il Koninklijk Museum voor Schone Kunsten di Anversa, il Fitzwilliam Museum di Cambridge, la Pinacoteca di Brera e da prestigiose collezioni europee e americane, oltre ad altrettanti disegni, l’esposizione intende mettere in risalto il grande valore della sua ricerca in quel clima assolutamente unico creatosi nella Parigi d’inizio Novecento.

Modigliani testimonia infatti l’effervescenza dell’ambiente artistico e culturale di quegli anni, dove convivono e si incontrano grandi mecenati e mercanti come Paul Alexandre, Paul Guillaume e Léopold Zborowsky, accanto a scrittori come Max Jacob, Jean Cocteau, Guillaume Apollinaire, e ad artisti come Diego Rivera, Henri Laurens, Léopold Survage, Juan Gris, Pablo Picasso, protagonisti di un’irripetibile stagione di rinnovamento della pittura. La sua pittura è di una qualità estrema, introversa, introspettiva, concentrata soprattutto sul ritratto.I suoi modelli preferiti sono i colleghi pittori, i letterati e gli intellettuali, gli amici più intimi, le persone che condividono il suo mondo. Egli introduce per primo uno stretto rapporto psicologico con il soggetto che ritrae, per poi avviarsi progressivamente verso una purezza e una eleganza assolute: i volti tendono a una essenzialità formale fino ad allora mai vista.Oltre ai ritratti la mostra rivolge un’attenzione particolare anche ai celebri Nudi e ai disegni: il Nudo accovacciato di Anversa e il Nudo disteso (ritratto di Celine Howard) sono tra i capolavori che è possibile ammirare, oltre a una ricca esposizione di studi, disegni, acquarelli, tempere. Su tutti spiccano Le Cariatidi, figure di donne accovacciate con le bracce levate, dalle forme opulente e tondeggianti, ricche di rimandi all’arte primitiva, greca, etrusca, frutto di una profonda ricerca sulla bellezza ideale, in cui il sensuale si mischia allo ieratico, l’audace alla grazia, la dolcezza al mistero.

MEXICO. Mexico City. ProstituÈes. Calle Cuauhtemoctzin. 1934.

Henri Cartier-Bresson – 11 marzo all’11 giugno Palazzo Ducale

140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra a Palazzo Ducale, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.
Per Cartier Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.
“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.
“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

The Art of the Brick . Nathan Sawaya a Milano

 

La mostra di Nathan Sawaya, ospitata dalla Fabbrica del Vapore, va assolutamente vista. Lasciate perdere le immagini che si trovano già online. Solo entrando in silenzio, davanti alle immani sculture di Nathan, riuscirete a ritrovare voi stessi. La scelta delle opere a primo acchito appare scolastica, ci riporta indietro ai banchi di scuola, ma i colori sono decisamente più accesi e il sentimento che si prova è misto di stupore e attrazione. Dalla riproduzione de L’urlo di Munch che squarcia la tela e occupa finalmente una realtà tridimensionale alle sperimentazioni che portano il visitatore a contatto con l’artista e la sua percezione della condizione umana, come “Yellow”.

Megastrutture, opere pazzesche, un milione di piccoli mattoncini, 85 installazioni. Questo giovane ex-avvocato newyorkese innesca in noi la voglia di giocare con colori, spazi e superfici, non si può far altro che innamorarsi di chi ha coraggio di dare spazio alle proprie idee, un mattoncino dopo l’altro. Di sicuro un artista che si deve conoscere a tu per tu con le sue creature che siano esse contenute in un museo, raccolte in una sua personale oppure nel giardino della Casa Bianca.

Tornando a Milano: molto bella l’idea di realizzare un’area gioco finito il percorso anche se forse è stata la parte più deludente, tolte alcune considerazioni da fare sull’illuminazione delle opere. La parte ludica è sì interattiva, ma sarebbe potuta diventare un’opera d’arte essa stessa, in continuità con il percorso, mentre si riduce ad un tavolo con sopra i mattoncini e a qualche videogioco in una stanza che spezza totalmente il pathos del percorso, illuminata a giorno come in un qualsiasi centro commerciale. Era forse da prestare più attenzione al progetto luminoso, non si trova il rapporto tra le figure di Nathan e le soluzioni tecniche adottate. Aver osato qualche luce colorata per esempio avrebbe giovato, cosa che viene accennata solo in una delle stanze presenti. Ma l’entusiasmo non si perde, Nathan vi conquisterà.

 

Un consiglio: tornando a casa tirate fuori una vecchia scatola di Lego oppure acquistatene una, sedetevi sul pavimento di casa vostra, rovesciate la scatola e lasciate che l’immaginazione faccia da padrona.

Valentina Cusato

Basquiat: dolore e celebrazione al MUDEC di Milano

“Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi all’alba per strade di negri in cerca di una siringata rabbiosa di droga.. “

Così scriveva nel suo poema Howl Allen Ginsberg, un grido psichedelico di rabbia e denuncia verso l’ipocrisia e il conformismo dell’America nella metà degli anni ’50. Meno di trent’anni dopo viene allestita la prima personale (a Modena,  nella galleria d’arte Emilio Mazzoli ) di un giovanissimo artista emergente che sembra aver incarnato in toto i versi di quel poema maledetto: Jean-Michel Basquiat.

E’ la fine degli anni ’70. Muore De ChiricoWarhol è all’apogeo della sua carriera, viene coniato il termine Transavanguardia, alla Biennale di Venezia viene lanciata la post-modern, New York sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti politici, economico-sociali. Queste cose sono in qualche modo interconnesse tra loro, sta per cambiare qualcosa e il mercato dell’arte lo fiuta. La cultura underground, dei ghetto-blaster, dei graffiti, esce di prepotenza dagli scantinati e dalle metropolitane, dai vicoli malfamati e maleodoranti e approda nelle gallerie più importanti di Soho.

Versus Medici, 1982

Basquiat ha 20 anni, è giovane e incazzato,  vuole diventare famoso. Suona in una band, produce cartoline, t-shirt, collage, poesie sotto lo pseudonimo di SAMO (Same Old Shit). Dopo un periodo di iniziale indifferenza la cultura underground inizia ad accorgersi di lui. Vengono scritti articoli su questo giovane artista, i critici intuiscono qualcosa.   Grazie all’incontro e al sodalizio conAnnina Nosei nel 1981 arriva (forse, troppo presto) il successo.

Nello scantinato della Nosei dove vivrà fino all’anno successivo, Basquiat trova terreno fertile per far esplodere definitivamente il suo linguaggio creativo. Un neo-espressionismo viscerale, urlato, condito da elementi primitivi, parole cancellate e/o decostruite, colori acidi e forti dichiarano una rabbia esistenziale e di denuncia, ma anche una sensibilità fuori dal comune, un’esistenza tormentata, una personalità complessa ed esuberante. Un linguaggio personalissimo anima le sue tele, pronte per essere fagocitate da un meccanismo di un mercato d’arte drogato (e spietato) generato da enormi guadagni.

Zydeco, 1984

Nel biennio successivo Bruno Bishofberger diventa il suo agente al posto della Nosei e lo presenta a Warhol. Pubblica un disco di musica rap e fa il dj in diversi club di Manhattan, ha un flirt con MadonnaProduce opere a un ritmo forsennato, ispirato dalla televisione sempre accesa e sintonizzata su canali di cartoon, divora libri in continuazione alla costante ricerca di ispirazioni eterogenee e volutamente frammentarie. Nel 1984 inizia una collaborazione con Mary Boone,  Il New York Magazine punta i riflettori su di lui, iniziano a fioccare personali in tutto il mondo: Basquiat si ritrova le tasche piene di dollari, mentre l’apice del successo coinciderà con l’inizio del suo inesorabile declino. Abusa di ogni genere di droga, ha attacchi psicotici. La sua corona,marchio con il quale firma moltissime delle sue opere, sembra voler quasi esorcizzare la totale mancanza di controllo nella sua vita.

Andy Warhol, Mark Kostabi, Basquiat

La produzione artistica avanza, lavora instancabilmente nonostante la sua salute peggiori sempre di più. Le Collaborationscon Warhol e Francesco Clemente vengono guardate con circospezione dai mercanti (oggi del tutto rivalutate), tanto da far incrinare i rapporti tra Basquiat e il suo “padre adottivo” Andy Warhol. Tra il 1986 e il 1987 conosce un calo di apprezzamento da parte di pubblico e critica. Rompe con i suoi sostenitori e galleristi: è in totale balia della droga. Muore Warhol, Basquiat ne è scosso, continua a produrre lavori per mostre per l’anno successivo, ma è ormai schiavo dei suoi demoni. Nell’agosto del 1988, a soli 27 anni, Basquiat muore di overdose nel suo appartamento.

la mostra al MUDEC – Museo Delle Culture – Milano

La mostra del Mudec di Milano raccoglie più di 140  opere, che ricoprono il periodo dal 1980 al 1987. Provenienti prevalentemente dalla collezione privata di Yosef Mugrabi, le opere sono organizzate secondo sezioni legate ai vari studi dove Basquiat ha lavorato. Dalla strada al periodo modenese e la sua prima personale, al periodo del primo studio a New York, passando per gli studi di Crosby Street e Great Jones Street. Non manca una sezione dedicata alle Collaborations con Warhol, così come un’interessante proiezione video di un’intervista tratta dal documentario The Radiant Child.  Dalla mostra emergono tutta la potenza e la complessità di questo gigante dell’arte contemporanea. Il primo afroamericano a scalare i vertici di tutto il mondo ufficiale dell’arte, un personaggio fuori dagli schemi, a tratti infantile, a tratti esuberante e sofisticato; emergono i suoi mille riferimenti, dalla cultura pop americana, al jazz di Charlie Parker (suo idolo), alla storia “black” haitiana e nordamericana; emergono il non-sense e la sua cultura artistica non convenzionale, ma complessa e stratificata. I colori di Basquiat ti avvolgono e ti rimangono dentro per parecchio: una mostra consigliatissima, un’esperienza multisensoriale, una catapulta verso un limbo psichedelico, magico, colorato, irruente e  complesso quale è l’universo caleidoscopico dell’estetica di Jean- Michel Basquiat. 

MUDEC
Museo delle Culture
via Tortona 56, CAP 20144 Milano
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02 54917  |  info@mudec.it
Alberto Marinelli

SOS – Screaming On Silence – la nuova mostra collettiva di Arte è Kaos dal 23/12 all’ 8/1

Di fronte ad un quadro bisogna avere lo stesso atteggiamento che si ha al cospetto di un principe: aspettare senza sapere se ci parlerà e che cosa ci dirà. E come al principe, anche al quadro, non dobbiamo essere noi che rivolgiamo la parola: se lo facessimo udiremmo soltanto la nostra voce” Arthur Schopenhauer.

Ogni opera d’arte urla nel silenzio. Il silenzio di un museo, di una galleria d’arte, di una casa. Il silenzio di uno spazio che non ha niente da dire fino al momento in cui l’opera fa la sua comparsa. Il quadro non racconta, non sussurra, non parla: urla. Perchè le vere opere d’arte si fanno sentire a gran voce, non sono parole sussurrate ma frasi esternate con potenza e decisione: non si può non ascoltarle.

CONSTANTIN MIGLIORINI  – SENZA TITOLO – 120 X 130 – OLIO SU TELA

CIRO PALUMBO – LUOGHI – 50 X 50 – OLIO SU TELA

Ogni opera d’arte è un SOS, un messaggio nella bottiglia, una richiesta se non di aiuto di attenzione. L’artista lancia il suo messaggio nel mondo e al mondo. Un messaggio con mittente ma dal destinatario sconosciuto. Come una frase urlata dall’alto, da un aereo in stallo sopra le nuvole, o in mezzo al mare da una nave che affonda. Qualcuno ascolterà questo messaggio, trasmesso su una frequenza speciale, e non potrà ignorarlo.

CLAUDIO MASSUCCO – MEMENTO MORI – 100 X 70 – TECNICA MISTA SU ALLUMINIO 

Ogni opera d’arte urla sul silenzio, per contrastare il vuoto e il buio, l’assenza di emozione e di colore. Fa notare la sua presenza sviluppando nuove energie non solo in un ambiente ma anche nell’ animo di chi osserva. Ma il quadro continua a gridare la sua forza silenziosa anche quando nessuno è presente, anche quando nessuno lo ascolta. Testimone solitario di spettri emozionali che vengono accolti da chi sa ascoltare.

ANDREA TERENZIANI – NEL SILENZIO CHE LA CIRCONDA – 150 X 120 – RESINE SU TELA

 

“Il grido. Sta all’inizio della vita dell’uomo sulla terra. Il grido di caccia, di guerra, d’amore, di terrore, di gioia, di dolore, di morte. Ma anche gli animali gridano; e per l’uomo primitivo grida anche il vento e la terra, la nube e il mare, l’albero, la pietra, il fiume.”

 

IVANO PAROLINI – VELENO – 31 X 42 – TECNICA MISTA

Arte è Kaos è nel Budello di Alassio, la prestigiosa via dei negozi nel centro storico della città, al numero 100 di via V. Veneto. Dal 2006 sono stati numerosi gli eventi, le personali e le collettive organizzati in galleria e in diverse sedi nella Riviera Ligure, con un occhio sempre attento verso le avanguardie storiche del ‘900 insieme alle nuove proposte di giovani artisti contemporanei.

SOS – Screaming On Silence – Mostra collettiva – dal 23 dicembre 2016 all’8 gennaio 2017 presso lo spazio d’arte contemporanea Arte è Kaos – Alassio

Artisti presenti: Ciro Palumbo, Max Gasparini, Enrico Ingenito, Claudio Massucco, Ivano Parolini, Constantin Migliorini, Andrea Terenziani, Gianfranco Germiniasi, Paolo Dolzan, Pitti.

Catalogo: visualizza CATALOGO SOS in pdf – versione cartacea disponibile gratis in galleria

Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 12.30, dalle 15.30 alle 19.30, chiuso il mercoledì e giovedì mattina

-Contatti / ufficio stampa –

Mail: arteekaos@gmail.com sito: www.arteekaosonline.comtelefono: 0182.020456

 

 

A Genova sbarca Pop Society: una grande retrospettiva su Andy Warhol

 

 

Genova – Nel febbraio del 1987 muore a New York per complicazioni dopo un’intervento chirurgico Andrew Warhola Jr, conosciuto come Andy Warhol, gigante della Pop art e tra gli artisti più influenti del XX secolo. Figlio di immigrati slovacchi, nato a Pittsburgh, in Pennsylvania il 6 agosto del 1928, Warhol si distingue fin da giovane per un talento improntato verso il disegno e la grafica. Dopo la laurea in arte pubblicitaria nel 1949 si trasferisce a New York per lavoro: il mito ha inizio.

La mostra “Pop Society” omaggia la figura di uno dei più importanti artisti del secolo scorso: colui che ha sdoganato definitivamente l’arte come fenomeno commerciale e di massa, creando icone e diventandone una esso stesso, aprendo (spalancando) definitivamente la porta dell’arte contemporanea, così come la intendiamo oggi.

“Le masse vogliono apparire anticonformiste: ciò significa che l’anticonformismo deve essere prodotto per le masse.”

Curata da Luca Beatrice, grande critico d’arte e curatore torinese, la mostra presenta circa 170 opere tra tele, stampe, disegni, polaroid, sculture, provenienti da musei, collezioni private e pubbliche, italiane e straniere. “Pop Society” si snoda attraverso un percorso tematico che si sviluppa attraverso sei linee conduttrici: le icone, i ritratti, i disegni, il rapporto di Warhol con l’Italia, le polaroid, la comunicazione e la pubblicità.

Le opere sono tante, la qualità è alta, l’allestimento è molto curato.
E ci sono proprio tutti: Marilyn, Mao, Man Ray, Mick Jagger, Agnelli, Armani, i Brillo Boxes, il Dollaro, Liza Minelli, Beuys.. e tanti, tanti altri. L’impressione è di trovarsi ad un party esclusivo e colorato, Ladies and Gentlemen, circondato dalle icone più importanti della seconda metà del secolo scorso. I lavori serigrafici rappresentano ovviamente la maggioranza delle opere esposte, ma l’esibizione copre l’intero arco della vita di Warhol, dai disegni degli anni ’40 (bellissimi per la loro capacità di sintesi e la forza anticipatoria e quasi profetica del periodo successivo della Factory) alle opere tardive degli anni’80 (un’ Ultima Cena realizzata in Italia poche settimane prima della sua morte).

“… Siamo stati in Italia, e tutti mi chiedono in continuazione se sono comunista perchè ho dipinto Mao. Perciò ora dipingo falci e martelli per il comunismo e teschi per il fascismo”.

 

Alzando gli occhi sopra le opere le citazioni di Warhol ti strappano qualche sorriso, per la loro irriverenza e la loro (apparente) semplicità. Interessante la parte dedicata al rapporto di Warhol con l’Italia (con i ritratti tra gli altri di Sandro Chia e Gianni Agnelli), mentre un’intera sezione è dedicata alle polaroid, oltre 90, con un intrigante allestimento  in una sala completamente affrescata. Inoltre, un video di Luca Beatrice racconta con sintesi esaustiva la vita di e le opere di Andy Warhol.

 

“Fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti.”

 

L’arte deve essere consumata come un qualsiasi altro prodotto commerciale.
Sintetizzando all’estremo il pensiero di Warhol si può estrapolare questa frase, e “Pop Society” ci guida appunto all’interno di questa filosofia, con gusto e coerenza, facendoci scoprire o ribadendo ancora una volta la “profonda superficialità” di questo grandissimo artista.

 

“Non è forse la vita una serie d’immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?

 

Stravolgendo il canone: bellezza e decadenza nei corpi di Ivano Parolini

Il tema della figurazione femminile per Ivano Parolini diventa motivo di dialogo. L’artista non si limita a descriverci un volto o un corpo: bensì reinventa un ideale di bellezza, un canone. E’ una pittura dalla forza bruta, che dialoga con la ricercatezza dei toni e la delicatezza di esili figure femminili, dalle pose plastiche, quasi scultoree, ma allo stesso tempo dinamiche. A volte in coppia, spesso da sole, le sue giovani donne emanano un aura di dolce spleen, attraverso una rilettura della loro bellezza originale. Le opere di Ivano Parolini sono potenti e delicate insieme: fiori del male velenosi dal profumo dolce e invitante. Conosciamo un po’ meglio questo giovane artista bergamasco.

 Ivano, i tuoi lavori suggeriscono un rimando all’idea della “cancellazione”, tematica cara all’arte contemporanea. Chi sono i tuoi maestri spirituali?

Nel mio percorso artistico, fino ad ora, si sono succeduti diversi maestri spirituali. Se penso alla mia infanzia, ricordo quando, nel periodo nel quale frequentavo le scuole elementari, mi venne regalato un libro su Van Gogh: rimasi molto colpito dalla sua pittura suggestiva, ma anche dalla profondità delle lettere che scriveva al fratello. In quelle parole così vere e autentiche mi era possibile “percepire” la sua ricerca, convinta e appassionata dedizione, che lo ha caratterizzato per tutta la vita. Ora, da adulto, credo che i miei maestri spirituali siano essenzialmente Bacon, per la forte espressività interiore che permea le sue opere, Basquiat, per il dinamico uso del colore, che associa nei toni in modo a mio avviso sorprendente ed Emilio Vedova, per la potenza del segno che lo caratterizza.
 Chi ammiri tra i contemporanei?

Sono molteplici gli artisti contemporanei che ammiro, ma vorrei soffermarmi in particolar modo su Adrian Ghenie: benché la mia ricerca artistica sia diversa dalla sua, guardando i suoi dipinti mi trovo in sintonia con la sua sensibilità ed espressività artistica. Nell’ultimo periodo, inoltre, ammiro anche i lavori di Anish Kapoor e Claudio Parmiggiani con le loro installazioni. Io stesso, ultimamente trovo molto interessante l’intervento temporaneo(site-specific): attraverso performance e installazioni mi è possibile unire diversi linguaggi per comunicare un pensiero complesso e farlo arrivare al pubblico sotto diverse forme espressive.

Le tue figure a volte sembrano modelle di decadenti servizi fotografici. Che rapporto c’è tra il glamour e i tuoi dipinti?

In molte opere ho effettivamente interpretato le immagini pubblicitarie di note riviste di moda. In queste rappresentazioni colpisce, perché così deve essere, la centralità di ciò che è esteriore: dalla posizione e l’espressione del soggetto, alla costruzione del set fotografico, all’arredamento usato e ai colori che predominano… Ebbene, nei miei dipinti stravolgo questi canoni espressivi, comunicando un altro tipo di glamour, più introspettivo, che richiami qualcosa che va al di là dell’esteriore, intrecciandosi con storie di vita vera, reale.

 Cosa rappresenta per te il corpo?

Il corpo è un mezzo di grande potenza: osservando i corpi fotografati delle immagini pubblicitarie, la loro posizione, gli sguardi, l’accostamento cromatico con lo sfondo, scaturisce una sorta di empatia, di “dialogo muto” che trova la sua espressività nel gesto pittorico. Credo che in fondo si tratti di un dialogo con la parte più nascosta di me stesso, con quella parte che affiora solo con la pittura.

 Come è iniziata la tua carriera d’artista? 

Ho sempre sentito, fin da piccolo, la necessità di trovare un modo per esprimere quello che sentivo dentro. Verso circa gli undici anni ricordo che rimasi molto colpito nel vedere il quadro di Gauguin (“Da dove veniamo ?, chi siamo ?, dove andiamo?”), e in quest’opera trovai molti parallelismi con le mie domande e inquietudini del periodo adolescenziale. Ho capito molto presto che la pittura era un ottimo strumento per poter esprimere il mio mondo interiore…

I tuoi personaggi sembrano non interagire quasi mai con il contesto attorno a loro. E’ una scelta data per centrare l’attenzione sul soggetto?

In effetti è vero: molto spesso il contesto viene cancellato, perché ciò che per me è importante è il dialogo costante del soggetto con il colore e il segno. Si tratta di un dialogo sottile e intenso. Altre volte accade che il contesto opprima il soggetto: ecco allora che entra dentro di essa, annientandola. Altre volte ancora, poiché percepisco un certo “attrito”, allora sì, annullo tutto ciò che sta attorno e creo un mondo surreale, nel quale la figura possa sentirsi a proprio agio.

Qual è la cosa che ti riesce meglio e quella che riesce peggio?

Riesco a trasmettere e ad esternare ciò che sento attraverso la pittura e la performance. Se un giorno non me la sento di dipingere non lo faccio, evito le forzature. Se però capita di doverlo fare per forza (come nel caso di una performance già programmata), allora cerco il vuoto dentro di me e cancello tutto quello che mi sta attorno. La cosa che mi riesce peggio è tenere ordinate le mie cose e il mio studio ne è la prova!

Come mai scegli di ambientare le tue opere “indoor” e mai in esterni?

I soggetti che dipingo vengono tratti da immagini pubblicitarie che, è vero, sono per lo più fotografati indoor. Attribuisco a questo, però, anche una valenza simbolica: è come se il soggetto fosse inglobato dentro qualcosa d’altro, una stanza, un involucro, un altro sé… In effetti però, ho realizzato anche altri lavori ambientati in esterno. Tra questi uno è “Parigi”, ispirato ai tragici attentati di Novembre 2015: in questo caso il soggetto viene invaso e dilaniato dall’esterno, dal contesto, che personifica il terrorismo.

 

 Qual è la tua definizione di Bellezza?

La bellezza è fare qualsiasi cosa, ma in sintonia con essa. L’ho già detto: non amo le forzature e le rigidità, ma credo fortemente nella sintonia e nella relazione armonica con ciò che ci circonda. Quindi bellezza è già guardare, contemplare, compiere un’azione, un gesto…e questa bellezza la si può trovare ovunque.

Raccontaci di un ricordo a cui sei particolarmente legato .

 Il ricordo a cui sono più legato è in realtà abbastanza inquietante, in quanto, potenzialmente, poteva essere drammatico. Avevo circa due anni e, anche in base ai racconti più dettagliati di mia madre, posso dire di essere stato sfiorato dalla morte. A causa di un attacco di pianto ho smesso di respirare e il mio colorito, da cianotico, è arrivato al bluastro. Mia madre, urlando, mi prese in braccio e, scendendo le scale di corsa, gridava che ero morto. Ricordo le sue grida, il buio, e la presenza di persone attorno a me. Poco dopo ripresi a respirare autonomamente. Non conosco il motivo, ma questo ricordo lo conservo gelosamente e spesso, mi ritrovo a pensarci.

Cosa ti piace fare, oltre a dipingere? Quali sono tre cose indispensabili per un artista secondo te? 

Oltre a dipingere mi piace fare apnea. Mi è capitato di andare a Hurgada, in una baia nella quale spesso arrivava il Dugongo, un grosso cetaceo lungo alcuni metri. Prima dell’alba, ogni mattina, andavo in mare con la speranza di vederlo, ma non ebbi mai questa fortuna. Mi capitò invece di ammirare delle grosse tartarughe marine e nuotai per un certo tempo accanto a loro, stupito e ammirato per la loro bellezza. Amo anche correre e camminare in montagna: lo sforzo fisico, ad un certo punto, aiuta molto la meditazione. Le tre cose indispensabili per un artista, secondo me, sono: sognare (è l’arma più forte contro certi aspetti della realtà), la curiosità di andare oltre per scoprire ciò che è nascosto anche agli occhi e, infine, credere nella propria visione e portarla avanti fino in fondo.

Quali sono le prossime mostre/eventi che hai in programma? Su cosa stai lavorando al momento?

Al momento sto lavorando ad un progetto artistico che coinvolge diverse arti. Il focus centrale è quello del viaggio delle anime dopo la morte, con approcci e interpretazioni diverse: dal cristianesimo al paganesimo.

Enrico Ingenito: la leggerezza del colore

Ho conosciuto i lavori di Enrico Ingenito ad ArteGenova di due anni fa. Mi hanno colpito subito per l’uso del colore, il senso della prospettiva, la delicatezza del tratto e l’apparente “semplicità” .  Apparente, perchè dietro i suoi paesaggi si intravede una tecnica matura, mediata da un gusto personalissimo sul colore e sulla resa della luce. Le sue sonovedute caleidoscopiche, d’ impatto quasi fotografico, dove l’elemento naturalistico è il vero protagonista.

La presenza umana è appena accennata da edifici che compaiono sporadicamente, ma è l’aspetto naturalistico della composizione a emergere dai suoi quadri. Le sue sono tavolozze cromatiche in continuo movimento, dal forte dinamismo, dove le fronde degli alberi sembrano ondeggiare davanti ai nostri occhi. Mi sono fatto raccontare qualcosa di più direttamente da lui:

 – Enrico, dai tuoi lavori sembra emergere una sorta di “solitudine”. Dove sono le persone nei tuoi paesaggi? Si nascondono?

Nei miei lavori il tempo ha un valore molto importante, cerco di cogliere quegli attimi in cui ci sembra di intuire qualcosa, in cui qualcosa cattura la nostra attenzione, una luce, un riflesso, un’ombra; in quegli attimi il tempo si allunga e come nelle foto a lunga esposizione tutto ciò che si muove troppo velocemente si polverizza e si fonde con il paesaggio.

– Monet diceva : voglio dipingere la luce tra me e il soggetto. Nei tuoi lavori si avverte quasi una gerarchia: la luce sembra avere un “peso”.
Picasso diceva che alla fine i soggetti sono sempre gli stessi. Paesaggio, Figura o natura morta, Non credo che il soggetto sia poco importante ma penso che costituisca soprattutto un punto di partenza che inevitabilmente viene superato.
– Qual è il momento della giornata in cui preferisci dipingere?
Al mattino presto, non è forse molto romantico ma è il momento in cui si hanno più energie e la mente è più libera.
-So che hai realizzato anche ritratti: adesso i paesaggi hanno preso il sopravvento sulla figura umana?
Nel paesaggio ho trovato un respiro più ampio in questo momento ma ogni tanto dipingo qualche ritratto su commissione e non mi dispiace.
 C’è un luogo a cui sei particolarmente affezionato?
Sono sicuramente affezionato a molti luoghi che fanno parte della mia vita ma quello che mi suscita più emozioni sono senz’altro i momenti, la sera prima che si accendano le luci, l’inizio dell’autunno …
– Un aspetto che trovo interessante della tua tecnica è il processo di “sottrazione” dell’olio dalla tela. Me ne parli?
ho sempre sentito il bisogno di alleggerire quello che facevo, ho trovato nell’olio un grande alleato. Ti permette di togliere e mettere per un lasso di tempo relativamente lungo. alla fine quello che mi interessa di più è la traccia che rimane di quello che faccio.
– Raccontami qualcosa del processo di lavorazione delle tue opere: come parti, come prosegui, come finisci.
Parto sopratutto da quello che vedo e che mi colpisce, poi fotografo, ritorno sui luoghi e cerco particolari momenti di luce, poi con le foto mi chiudo in studio e comincio scegliendo il colore  che poi stendo sulla tela denso. Poi comincio a lavorare sul colore senza figura aiutandomi con degli stracci o dei pennelli molto grandi creando degli aloni. su questa base inizio poi a costruire l’immagine scegliendo cosa prendere e cosa far sparire nel colore.
– Sembra una domanda scontata, ma quando la si rivolge a un’artista non lo è mai: ti piace visitare mostre d’arte? Qual è stata l’ultima che hai visitato?
In alcuni periodi mi piace in altri ne sento meno l’esigenza. L’ultima che ho visitato risale a qualche mese fa al Bonnefantenmuseum di Maastricht, un pittore olandese mio coetaneo di nome Johan Van Barneveld, mi piace molto quello che fa e lo trovo di grande ispirazione.
– Hai un colore preferito?
Tutti.
– Un artista del passato che vorresti aver conosciuto? un artista vivente che ti piacerebbe conoscere?
Mi sarebbe piaciuto vedere lavorare molti artisti. Forse Mark Rothko è un artista con cui mi piacerebbe parlare oggi. Come contemporanei l’artista a cui faccio più riferimento è senz’altro Gerard Richter
– Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Mostre? Viaggi? 
E’ un periodo difficile per fare progetti, sembra che nessuno creda più molto nel futuro. Mi piacerebbe fare un viaggio in Scandinavia o in Islanda per fotografare e cercare nuove ispirazioni. La cosa a cui sto lavorando con più interesse è un progetto per una mostra in un contesto museale, ma per scaramanzia ancora non ne parlo.

Bacon e la cultura francese. A Montecarlo in una mostra imperdibile

A Montecarlo, fino al 4 settembre, oltre agli yacht e ai locali sfarzosi, al glamour e alla movida turistica, potete trovare una delle mostre più interessanti e ben strutturate che la riviera francese ha ospitato negli ultimi anni. Si tratta di Francis Bacon, Monaco and French Culture. Curata da Martin Harrison, il curatore tra le altre cose proprio del Catalogo Ragionato dell’artista. Una selezione di oltre 60 lavori esposti nella prestigiosa cornice del Grimaldi Forum, che indagano il rapporto tra Bacon, la cultura francese e l’influenza esercitata  sulla sua pittura durante il suo periodo monegasco.

 

Hanno voluto fare le cose in grande, qui al Grimaldi Forum. O forse semplicemente farle bene? Infatti, la sensazione che hai subito è questa: ogni cosa è come dovrebbe essere. E’ tutto calibrato, è tutto in bolla. L’atmosfera fin dall’ingresso è catartica, rituale: si entra nel Nero, nella cupezza dell’animo di Bacon, nei suoi tormenti interiori. Ma anche nei suoi colori, che emergono dal buio con potenza. Nella prima parte della mostra le opere escono con forza dal “total black” della scenografia: l’illuminazione a supporto è perfetta, fa uscire in maniera impeccabile i colori e il mood di ogni singola opera.

L’impatto è notevole: c’è un’aura di misticismo che permea gli ambienti, il silenzio è quasi religioso. Opere di grandi dimensioni si alternano a piccole “chicche” e a quadri  dei grandi maestri che hanno ispirato Francis Bacon: Giacometti, Léger, Lurçat, Michaux, Soutine, Toulouse-Lautrec, Picasso. Gli spazi sono ampi, i quadri respirano, la fruizione è perfetta: si resta letteralmente a bocca aperta di fronte alla qualità della selezione e dell’allestimento.

Nella seconda parte della mostra i quadri emergono da fondali più neutri. Due trittici di grandi dimensioni, uno dopo l’altro, valgono da soli il prezzo del biglietto (di per sè , tra l’altro, contenuto). E poi ne spunta un terzo. OK. La qualità delle opere rimane alta fino alla fine, non si avvertono i classici cali a riguardo sperimentati in tante mostre. Per fortuna, si possono anche scattare fotografie (senza flash). E i ritratti in questa parte di mostra sono semplicemente meravigliosi. Quando pensi di ritenerti soddisfatto, ecco due ultime chicche: un cubotto arancione, con alle pareti fotografie che riproducono lo studio dell’artista, quasi a volerci invitare nel suo atelier, e un’installazione interattiva, dove è possibile caricare tramite un’app e il wi-fi del Grimaldi Forum una propria foto su uno schermo gigante, in diretta, per giocarci coi filtri e firmare un “guestbook” del tutto particolare.

Insomma, tutto perfetto. E come a rimarcare il tutto, nel book store ci sono pure gli sconti del 50% su molti articoli, nel caso qualcuno voglia portarsi a casa un ricordino (come il sottoscritto).

“I believe in a deeply, ordered chaos”, diceva Francis Bacon. Questo suo pensiero è egregiamente rappresentato da questa mostra; il caos interiore che le sue opere rivelano dialoga in armonia e si fa accudire e proteggere dal rigore che lo incornicia. Una simbiosi rara e per questo speciale, potente. Una mostra consigliatissima per gli amanti di Francis Bacon, per chi non lo conosce, per chi vuole approfondirlo ed entrare così dentro l’animo di uno dei più grandi pittori del secolo scorso.